Monsignor Gerardo Antonazzo Libri: Te Deum di Gabriele Pescosolido

Il Te Deum è l’inno liturgico di ringraziamento per eccellenza, scritto in prosa ritmica latina e detto anche Inno Ambrosiano in quanto attribuito (in modo errato) a Sant’Ambrogio.

Tra gli inni più belli scritti nell’ultimo anno appena trascorso, non può essere non citato il Te Deum di Gabriele Pescosolido, poeta dell’anima che ancora una volta mette a disposizione la sua penna, il suo cuore e la sua fede al popolo dei credenti.

Presentato nel gennaio scorso presso la Chiesa Cattedrale della diocesi di Sora, l’evento liturgico è stato presenziato dal Monsignor Gerardo Antonazzo che, per l’occasione ha anche scritto la Prefazione del canto. Il Te Deum è stato tradotto in latino da Luigi Giulia e musicato dal Prof. Gianni Venditti, recentemente scomparso. La presentazione del Te Deum di Gabriele Pescosolido è stato impreziosita anche dalla presenza del coro polifonico “Annibale Messore” di Sant’Ambrogio sul Garigliano, diretto da Maria Grazia Messore.

Di seguito, tratta dal testo Te Deum, la presentazione di Monsignor Gerardo Antonazzo:

Te Deum laudamus… Noi ti lodiamo Dio!

Armonia soave che si eleva al cielo, aria solenne di religiosa riverenza, andamento grave e imponente che accompagna il respiro dell’animo che, grato, riconosce e riconsegna a Dio il bene ricevuto.

È il canto di ringraziamento per eccellenza. Viene attribuito a san Cipriano, ed è stato musicato da diversi autori: Giovanni Pierluigi da Palestrina, de Victoria, Händel, Mendelssohn, Mozart, Haydn e Verdi. Da sempre il testo e la musica del Te Deum sono stati utilizzati in diverse occasioni. Viene anche intonato dal coro nel finale del primo atto della Tosca di Giacomo Puccini. Alcuni versi del testo sacro sono stati usati per il film Il gobbo di Notre Dame, in particolare per la scena in cui Frollo sta per uccidere Esmeralda sul patibolo e le scene dell’assalto alla cattedrale.

È il canto che si fa strada nel cuore della gente umile e semplice che, erede di una ininterrotta tradizione, intona parole forse mai lette, ma impresse nella memoria orale di un patrimonio spirituale che esprime devozione e riconoscenza. È, soprattutto, il canto di lode a Dio che accompagna la conclusione dell’anno: tra profumi di incenso, tanto l’aria è satura da togliere quasi il respiro, e scolature di cera, quasi lacrime infuocate, si alternano, sbilenche, le voci tremule di un latino impacciato, al calar della sera di un anno che lentamente volge al tramonto.

Ma il canto di sempre, reso solenne dal “ripieno” dell’organo e dal suono festoso e insistente delle campane, non riesce a colmare la fatica dell’inquietudine e la tentazione dello scoramento. La poesia di Pescosolido riscrive le note, aggiorna la melodia dell’animo e sorprende, ma non rattrista:

Noi ti lodiamo, Dio
sotto il tiro incrociato dei cecchini. Ben poco resta intorno
freddo il mattino si affaccia già perso.

Così, l’antico inno cristiano da sempre elevato a Dio nel culto del Tempio, è destinato ad ospitare il lamento della Storia, il suo grido di dolore, l’urlo per l’inaudita violenza. Le assordanti tragedie sembrano mettere in crisi la sostenibilità spirituale della lode, in una sorta di sfida agonica che ritma l’esecuzione della triste melodia di un lamento per l’esilio della speranza… ormai in fuga.

È il triste esilio del canto strozzato in gola: ”Come cantare i canti del Signore in terra straniera?” (cfr. Sal 137). Come può il canto gioioso risuonare nella piana straniera dell’odio, dei conflitti, del terrore, delle stragi assassine? L’antico Te Deum sembra non riesca più a coprire, almeno per una breve tregua, il dilaniante rumore delle bombe, le cui schegge portano ovunque ferite e morte. Memoria ferita, lamento soffocato, pianto senza più lacrime, un lutto che non conosce durata. “Là sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion”, al ricordo di Aleppo, di Raqqa, di Mosul, di Erbil, di Sirte, di Palmira, di Nimrud, di Hatra…

Gli incerti colloqui di pace si tramutano ben presto in disaccordi di guerra. Le sperate tregue in disperate riprese di fuochi. Atroci violenze, assurdi conflitti, dolorose devastazioni compongono le note stonate di un canto di mestizia, e celebrano, senza appello, il rassegnato e spettrale mutismo del Coro: “Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre” (cfr. Sal 137).

Pescosolido coniuga il Te Deum del Tempio, profumato di sacro, con quello della storia, macchiato di sangue. Scenario, quest’ultimo, dove ogni giorno l’infelicità e la malinconia irridono lo sforzo quotidiano del vivere, sacrificato sull’altare di una zona franca di egoismi e disprezzi, di muri e steccati, di fili spinati. La poesia di Pescosolido osa spingersi, coraggiosamente, nella denuncia del male, rischiando di ferire il cuore del lettore tentato, lui stesso, di soppiantare l’invocazione con l’imprecazione, la lode con il biasimo, il canto con il lamento, la fiducia con la rassegnazione, la speranza con lo strazio, l’affidamento con la ribellione, la gratitudine con il rimprovero.

È il Te Deum della vita e della pace, a condizione che si attui la necessaria bonifica bellica dei cuori, perché la polvere dei crolli di antiche dimore ceda il passo alla guarigione dell’universale riconciliazione e fraternità. Il canto potrà allora celebrare la ritrovata responsabilità di fronte a tragedie imperdonabili, facendosi polifonia dell’invocazione di perdono e di misericordia: diversamente, il nostro peccato impronunciabile resta tra i nomi variopinti dei relitti sulle spiagge. È necessario che il Te Deum laudamus si lasci purificare dal Te Dominum deprecemur, consapevoli che sen timenti confusi al momento si affollano in fondo al cuore…, e non ci resta altra fiducia che dire…di noi abbi pietà.

Purificati delle nostre complicità, potremo tornare ad intonare ancora questa nenia del l’animo, dolce e ripetitiva, un inno di lode al Cielo che bacia la Terra, una melodia che intreccia l’umano soffrire con l’esultanza degli angeli in coro. Strappati all’assurdo, non cesseremo di credere che anche i lacerati momenti ricolmi d’eternità sono pieni della tua gloria. Non smetteremo di credere che prima o poi le lacrime dell’esilio saranno trasfigurate in un sorriso di gioia, per una danza di festa che accompagni il ritorno nella terra promessa della giustizia e della pace.

Canteremo ancora il nostro Te Deum, profe

zia di una Luce che già rifulge nella notte, che non lascerà disattesa la nostra invocazione: “istum diem novum a tenebris tuere”.

@ GERARDO ANTONAZZO

 

Monsignor Gerardo Antonazzo Libri: Suppliche

Il Monsignor Gerardo Antonazzo, Vescovo della diocesi di Sora, è particolarmente attivo anche nel mondo editoriale, viene spesso infatti “chiamato” in causa per gestire prefazioni e postfazioni di molti libri ecclesiastici.

Ispirato dalla grande fede e da una preparazione teologica e culturale fuori dal comune, il Vescovo e Monsignore Gerardo Antonazzo è una delle figure più apprezzate nel mondo ecclesiastico ed è molto amato da tutti i suoi fedeli che riconoscono in lui i principi ed i valori reali della Chiesa.

Uno dei lavori editoriali più apprezzati è senza dubbio Suppliche, scritto in collaborazione con Gabriele Pescosolido, autore poliedrico e poeta dell’anima che ha accompagnato in questo viaggio delle parole il Monsignor Gerardo Antonazzo.

All’interno del libro, ogni Supplica viene “spiegata” e argomentata toccando temi cruciali della nostra società quali la memoria, la speranza, la verità e la bellezza. Il tutto viene accompagnato da un bellissimo reportage fotografico che rende ancora più ricco e speciale il lavoro di Gabriele Pescosolido e Gerardo Antonazzo.

Suppliche è un testo esperenziale, un compendio di conforto ed una lucida interpretazione della realtà che ci troviamo a vivere quotidianamente.

Per farvi realmente comprendere l’entità della bellezza del lavoro, vi riportiamo integralmente le 5 suppliche scritte da Gabriele Pescosolido, invitandovi a reperire il testo originale per conoscere invece i pensieri del Vescovo della diocesi di Sora Gerardo Antonazzo.

Supplica Prima

A Te rivolgiamo

questa nostra supplica, questi sguardi sottomessi e inermi / come

immobili manichini siamo

tra rovine e mascherate

emozioni / specchi

che si frantumano alla ricerca

del tuo volto, non più solo

idea il v e r s o.

A Te rivolgiamo

questo nostro ininterrotto dolore di anime / trafugati reperti restano i sogni e i giorni

e le città dall’atmosfera in rovina ferite / che non rimarginano ancora, come utopie

mai sazie affatto contraddette dalla morte.

Miserère.

 

Supplica seconda

A Te rivolgiamo

queste nostre smarrite memorie al massacro scampate / in fuga tra le macerie dell’anima e

dei paesaggi, fin dentro

le nostre case / siamo

negati sentimenti e traditi, come truccati motori di ricerca

per irrisolti dubbi.

A Te rivolgiamo

questo sofferto ascolto, muto collettivo inconscio / siamo

uomini che la parola hanno persa, frammentati v e r s i / martiri

di quest’epoca moderna

senza più favole da raccontare, appena coincidenze possibili, alterati codici semantici.

Miserère.

 

Supplica Terza

A Te rivolgiamo

il tempo di queste ultime ore

di eversione / il bello

più non inganna i giorni, incunabuli ambienti interiori sovraffollati

senza estetica / v e r s i

che non hanno bisogno di eroi,

da attraversare senza

imbarazzo.

A Te rivolgiamo

di perdonare ogni falsificata prospettiva / siamo

paradossi esistenziali che emergono dal coro / calcoli sbagliati,

distanze, segrete strategie nel delirio dei tempi, traumi

non ancora rimossi, lutto senza perdita alcuna.

Miserère.

 

Supplica Quarta

A Te rivolgiamo

il nostro continuo divenire

di sconvolgimenti / le indagini

in corso, i giardini incolti

della disillusa Ragione, tutta

l’arte degenerata / minuziose grafie scomparse e riapparse ci accolgono all’ingresso del Paradiso sorridenti si ribellano ancora.

A Te rivolgiamo

questi v e r s i che operano a cuore aperto il cuore del mondo / non conoscono spacciatori, non soffrono gravità / solo la pioggia canta ancora il tuo silenzio e la solitudine, comincia lì dove tutto finisce, restano solo scomodi altari e calvari di notte dalle lacrime illuminati.

Miserère.

 

Supplica Quinta:

A Te solo rivolgiamo

questi nostri supplichevoli

v e r s i / dirottati e alla

deriva nei sottosuoli della cultura, nell’incomprensibile senso di ogni dolore, il tuo dolore / caduti

nelle ombre e nella durezza della vita, nelle strade abbandonati sotto

i cieli che chiusi restano.

Ogni nostra direzione contraria, improvvisa burrasca, carestia d’amore / a Te rivolgiamo

ogni tentativo di decollo verticale v e r s o il tuo cielo, l’odore del vento, il pianto

delle madri, il canto degli uccelli, il sacrificio dei tuoi figli.

Miserère.

Foto tratta da Suppliche di Gabriele Pescosolido e Monsignor Gerardo Antonazzo